Banca, chiedimi se sono felice

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Banca, chiedimi se sono felice

Fabrizio Cappelli | Lug 07, 2020

Questo articolo nasce dalla domanda: “Cosa ci serve per essere felici - e come fare a diventarlo?”.

Pur non avendo una risposta esaustiva a questo interrogativo, vorrei condividere qualche riflessione sul legame tra felicità, lavoro, obiettivi, governance e… banche.

Se siete curiosi, andate avanti a leggere!

 

Obiettivi e felicità: cosa ci serve per essere felici davvero?

Il primo passo di un percorso verso la felicità è mettere a fuoco gli obiettivi, ovvero chiedersi: cos’è che ci può realmente avvicinare a quella che, per noi, è la felicità?

Si tratta di un compito tutt’altro che semplice ma che risponde a un quesito universale; non farete fatica a trovare centinaia di manuali e guru che tentano di semplificare l’impresa con suggerimenti di diverso tipo.

Personalmente ho trovato interessante la metodologia raccontata da Bill Burnett e Dave Evans, professori a Stanford, nel loro libro “Designing Your Life – how to build a well-lived joyful life” (che vi consiglio).

Gli autori partono, dati alla mano, da un paio di affermazioni:

  • Solo il 27% dei laureati negli Stati Uniti (ma non mi aspetto differenze rilevanti in Europa) intraprende una carriera inerente il proprio percorso di studi universitari.
  • Successo non significa felicità: molte persone che hanno conseguito il successo secondo i parametri “classici” (percorso di studi, progressione nella carriera, stabilità economica, ecc.) non risultano in realtà essere felici nè appagate, neppure dal lavoro svolto.
  • 31 milioni di americani tra i 44 e i 70 anni sono alla ricerca di una nuova carriera e la cercano con precise caratteristiche: vorrebbero qualcosa che abbia un significato personale, che garantisca un reddito continuativo e abbia un impatto sociale.

Queste osservazioni preliminari fanno subito intuire come la felicità, erroneamente identificata con elementi che hanno a che fare con la stabilità, sia in realtà qualcosa di molto più ampio - che coinvolge non solo la sfera economica/lavorativa ma anche e soprattutto quella personale. Qualcosa che, inoltre, non è statico ma in continua evoluzione insieme alla persona stessa.

Gli autori propongono dunque un metodo per “progettare la propria vita” destinato a tutti: a chi si è appena affacciato al mondo dello studio o del lavoro, ma anche a chi - a qualsiasi età - si sia reso conto di dover ricominciare.

Particolarmente stimolante è l’approccio proposto, ovvero il design thinking applicato a se stessi. Questo si traduce, in pratica, nello sforzarsi di assumere determinati atteggiamenti (“mindset”) segnalati come costruttivi, ad esempio:

  • essere curiosi e pronti a sperimentare, provare concretamente a fare le cose;
  • riformulare (“reframe”) i problemi, in modo da poter individuare quali siano i giusti problemi da affrontare e risolvere;
  • affrontare il percorso con la consapevolezza che si tratta di un processo ed è quindi normale trovare intoppi, ma è fondamentale persistere, focalizzarsi sul processo stesso e vedere quello che accade;
  • chiedere aiuto: in un’ottica di “collaborazione radicale”, infatti, le migliori idee possono arrivare da altre persone.

Andando avanti, in maniera molto pragmatica gli autori definiscono un metodo per il “self assessment” della propria situazione su quattro dimensioni rilevanti: il lavoro, il gioco, l’amore, la salute… Ma il resto lo lascio alla vostra curiosità, potete comprare il libro o iscrivervi al corso a Stanford.

Ad ogni modo, seguendo questo o altri metodi a un certo punto dovreste aver compreso meglio cosa significhi la felicità per voi, e verso quali obiettivi dovete muovervi per raggiungerla.

Governance e felicità: misurare e indirizzare la rotta è fondamentale per il raggiungimento dei propri obiettivi

 

Governance e felicità: tenere il piano sotto controllo

Abbiamo chiarito cosa ci serve per essere felici, i nostri obiettivi, e abbiamo magari già iniziato a lavorare su diversi piani per raggiungerli. Il lavoro non finisce qui: a questo punto, la Governance è fondamentale per non vanificare tutti i nostri sforzi.

Per Governance intendo la costante verifica che le azioni del piano vengano attuate e che questi comportamenti ci stiano effettivamente avvicinando agli obiettivi. Può anche darsi infatti che il nostro agire ci stia allontanando dagli obiettivi - e in questo caso è bene saperlo subito per prendere adeguati provvedimenti.

Anche in un processo tutto sommato intangibile come la ricerca della felicità, misurare e indirizzare la rotta giocano un ruolo chiave.

Si potrebbe dire che la felicità è un progetto, e va trattato come tale, lavorandovi con il metodo e la costanza che applicheremmo a un lavoro a cui teniamo moltissimo. Questo significa pianificare con cura le azioni maggiormente rilevanti per il raggiungimento dei nostri obiettivi più importanti valutandone gli impatti, fissare dei checkpoint periodici per misurare l’andamento del piano, aggiustare di conseguenza le mosse successive.

 

Finanze e felicità: quanto influisce la stabilità economica?

Non me ne vogliano i più romantici per questa affermazione: nel contesto di un approccio così pragmatico alla felicità, la situazione economica ha senza dubbio un ruolo importante.

Il raggiungimento dei nostri obiettivi è inevitabilmente legato alla nostra situazione patrimoniale (la dotazione di partenza o l’esposizione debitoria), reddituale (la capacità di reddito, le abitudini di spesa, le capacità di risparmio), e finanziaria (la copertura dei fabbisogni di cassa).

Anche nel caso di obiettivi di per sè indipendenti dalle finanze, infatti, una situazione non bilanciata in questo senso può creare tensioni e pensieri che disturbano inevitabilmente la nostra focalizzazione sugli obiettivi - rallentandoci o impedendoci di raggiungerli.

Viceversa, una situazione economica generalmente sotto controllo garantisce la possibilità di pianificare al meglio le azioni direttamente dipendenti dalle disponibilità finanziarie, e contemporaneamente ci dona la serenità d’animo necessaria per procedere motivati verso qualsiasi tipo di obiettivo.

Avere una situazione patrimoniale, reddituale e finanziaria sotto controllo è un prerequisito per il conseguimento di molti se non di tutti gli obiettivi.

 

LISA: un advisor personale per la felicità

Abbiamo detto che per la felicità servono obiettivi, un piano d’azione con la giusta Governance, e la fattibilità finanziaria. Non sarebbe fantastico avere qualcuno che ci aiuta, fissati i nostri obiettivi, a monitorare la situazione - dandoci magari anche qualche consiglio strategico strada facendo?

In sostanza un advisor personale - lo chiameremo LISA (Lifetime Improvement Support Advisor) - che abbia sinceramente a cuore la nostra felicità e faccia di tutto per supportarci, senza volere niente in cambio. Qualcuno che abbia sotto controllo la nostra situazione finanziaria e calcoli per noi velocemente gli impatti di ogni nostra azione sul piano complessivo. Un personal advisor che sia sempre con noi - in tasca, per così dire - per notificare comportamenti virtuosi e segnalare azioni dannose, consentendo una pianificazione concreta, attiva della nostra vita.

«LISA, guarda che belle scarpe… Se le compro adesso, sarò in difficoltà a fine mese?» «No, perchè questo mese hai avuto un accredito di interessi sugli investimenti che copre questa spesa straordinaria!»

«LISA, per poter andare l’estate prossima ai Caraibi spendendo 2.500 euro tutto compreso, cosa mi consigli di fare?» «Ti suggerisco di mettere da parte 150 euro al mese: procedo impostando l’obiettivo?»

Se LISA esistesse la sua residenza naturale sarebbe la nostra banca - o meglio, una banca cha ha realmente l’interesse ad aiutare i propri clienti a “tenere la rotta verso la meta”. Per la verità, con la PSD2 e l’Open Banking anche altri soggetti diversi dalle banche potrebbero offrire questo servizio (nel senso più nobile del termine).

Il problema in ogni caso è che viene difficile pensare che esista una banca che abbia l’ossessione, la postura valoriale per voler aiutare i propri clienti ad essere felici, senza pretendere nulla in cambio. Non è possibile e non sarebbe neanche corretto: una banca è pur sempre un’azienda con fini di lucro che deve rendere conto ai suoi azionisti.

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Banche e felicità: un ossimoro… oppure no?

Analizzando meglio la questione, non è vero che la banca non guadagnerebbe nulla in cambio: riceverebbe la fiducia del cliente, i suoi depositi e la buona predisposizione dello stesso a valutare la propria banca come prima scelta per ulteriori servizi a valore, ad esempio la gestione degli investimenti.

Inoltre i tempi, fortunatamente, stanno cambiando: le banche (le aziende in generale) iniziano a dare più attenzione a fattori prima considerati secondari - ambiente, equità, inclusione, società - fattori non strettamente economici che, è ormai assodato, hanno impatti diretti sulle performance finanziarie.

Tutte le banche dovrebbero avere la consapevolezza che aiutare i propri clienti a realizzare le loro ambizioni, i loro sogni, porterà a una relazione di fiducia e reciprocità che, in ottica di lifetime value, avrà impatti positivi anche sui risultati di quel cliente per la banca.
Nessuno, più delle banche, dovrebbe avere a cuore la soddisfazione a 360° dei propri clienti.

Se ritenete utopistico il ragionamento, non posso biasimarvi: tutti gli indicatori (la storia, la fiducia, i sistemi premianti, gli scandali, le pressioni regolamentari, la crisi economica, i tassi, le redditività...) ci dicono che felicità del cliente e della banca sembrano inconciliabili.

Se invece credete che si debba ragionare in modo diverso... Ho una buona notizia per voi: LISA esiste - e se mi contattate, sarò felice di presentarvela.

 

Fabrizio Cappelli
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